Io sono invisibile

Io sono invisibile perché le persone si fermano all’apparenza e, se l’immagine che hanno davanti non li soddisfa, passano oltre. Non provano neanche ad interagire con I cani brutti, almeno per riuscire a capire se invece dentro, sono belli.

Siamo in pieno inverno l’aria è gelida, dalla gabbia vedo uno spicchio di cielo cupo e fuligginoso.
All’improvviso I cani iniziano ad abbaiare tutti insieme, c’è qualche visitatore al canile.

Il cuore mi schizza in gola.
“E se fosse la volta buona?”
Infilo il naso tra le sbarre e annuso.
“Sì, qualcuno sta arrivando.”
Allungo il collo per osservare meglio il vialetto d’accesso e vedo una coppia di umani curiosare tra le gabbie come se fossero al mercato rionale.

Si fermano davanti alla mia gabbia. Abbaio con garbo come se stessi cantando.
“Lui ha otto anni e si merita finalmente una famiglia. È molto educato e socievole.” Spiega loro il volontario di turno con un sorriso incoraggiante.

Io scodinzolo allungando le zampine oltre le sbarre, li voglio toccare questi due umani che mi stanno valutando con poca convinzione.

L’uomo aggrotta la fronte indietreggiando leggermente.
“È troppo vecchio.” Afferma, come se ormai fossi materiale di scarto.

Beh questo “difetto” è una conseguenza della vostra indifferenza vorrei dirgli
Invece mi siedo abbassando le orecchie.

Io sono invisibile.

Il vento fischia forte stasera, sibila tra le sbarre del mio box come se lo volesse ribaltare.
Mi raggomitolo in un angolo.

Un brivido sale dalle zampe fino alla testa, vorrei bere un sorso d’acqua, ma ho troppo freddo per alzarmi. Mi sfugge un sospiro dalle labbra serrate, come una foglia secca che si stacca dalla pianta senza alcun rumore.

Chiudo gli occhi, vorrei dormire e non pensare più. Ma le immagini di tutti i cani che sono stati adottati in questi otto anni iniziano a scorrermi davanti.

Me li ricordo tutti: uno per uno.
Lo confesso, li ho invidiati.

Un quarto d’ora dopo mi sono quasi addormentato.
Fa davvero freddo stasera e mi avvolgo nella copertina più che posso.
Nevica.

L’ultimo ricordo che ho è quasi un delirio a occhi aperti: mi pare d’avere le zampe immerse nel ghiaccio e i fiocchi di neve mitragliati sul muso dal vento, bruciano come fuoco.

Respiro a fatica e tremo come se avessi le convulsioni.
Davanti a me una distesa di piccole zanne bianche che affondano nella mia carne.

Mi aspetto di vedere la tormenta aumentare e invece, vedo mia madre.
Sbarro gli occhi o forse li chiudo?

Lei è lì, davanti a me, e mi fa segno di seguirla.
L’istinto mi dice di non andare.
Lotto contro il desiderio del suo caldo abbraccio. Ma ho un bisogno disperato di lei. Mi avvio.
E il freddo cessa di colpo.

Melania Corradini

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