La carne è carne

Nel film “A.I. – Intelligenza Artificiale” di Steven Spielberg, 2001, l’attore britannico Jude Law interpreta il ruolo di un gigolò Mecha, androide dotato di intelligenza artificiale di ultima generazione.

La finzione diventa realtà a Berlino, con l’apertura di Cybrothel, un bordello legale in cui i clienti possono scegliere tra 15 modelli di bambole in silicone a grandezza naturale dotate di un programma di intelligenza artificiale che esegue comandi raffinati dando l’impressione di avere a che fare con donne in carne e ossa (tanto immagino che i clienti dei bordelli non siano interessati a discussioni di un certo livello; quel che gli interessa è avere corpi da usare).

Il dibattito in merito è interessante perché ci si chiede se tale innovazione potrebbe in futuro portare all’abolizione dello sfruttamento delle donne prostituite e quindi di quella che è la pratica oppressiva più antica del mondo.

Da femminista, me lo sono chiesta anche io e la mia risposta è no: l’uso delle sex dolls, per quanto sempre più esteticamente simili alle donne reali (ma sarebbe meglio dire a come l’immaginario maschile immagina le donne, appunto corpi che assomigliano a bambole perfette, ricercati anche nella realtà) non sarà una scorciatoia per la liberazione delle donne sfruttate sessualmente, ma, al limite lo affiancherà in quanto diversivo o curiosità da provare.

Noi umani siamo una specie assai particolare perché non viviamo soltanto nel reale, ma anche nella sua rappresentazione; potremmo dire una realtà amplificata che definisce e aggiunge significati, ricchezza semantica, simboli e immagini. Questa complessa produzione culturale e intellettuale è essa stessa parte della realtà e contribuisce a plasmarne valori e comportamenti.

Così la bambola da usare per il sesso non sostituisce semplicemente la donna, ma ne costituisce immaginario ulteriore: ovviamente immaginario oggettificante, oppressivo, di normalizzazione nell’uso e quindi di abuso (quando abbiamo a che fare con i viventi, l’abuso è nell’uso); oltre al discorso implicito dell’estetica dei corpi che appunto dovranno essere sempre più inclini alla perfezione e a standard irraggiungibili se non al prezzo di enormi sacrifici e chirurgia estetica (uno dei modi in cui la cultura maschilista e patriarcale continua a tenere “impegnate” noi donne è quello di farci sentire perennemente insicure e soprattutto di vivere in funzione dello sguardo e desiderio maschili, fatto che poi viene sublimato attraverso l’autoconvinzione che se ci ammazziamo di diete e palestra è per piacere a noi stesse, quando in realtà abbiamo soltanto fatta nostra la cultura popolare veicolata attraverso le riviste di moda e in generale i media che hanno come target specifico le giovani donne, anche se talvolta camuffate da riviste impegnate, magari perché tra una pubblicità di un prodotto snellente e l’altro si trova un articolo di geopolitica).

Cosa ha a che fare tutto ciò con la carne coltivata?

Il legame, casomai non fosse abbastanza ovvio, ce lo offre la pubblicità recente di una macelleria sulla propria pagina Facebook: l’immagine di una bambola di silicone con la solita bocca aperta accompagnata dalla scritta all’interno del fumetto “Dai, sbrigati a mangiare la carne sintetica” e sopra la didascalia pubblicitaria: “Sei anche tu un amante della vera carne? Seguici e scopri tutti i nostri tagli prelibati”.

Al di là del discorso fondamentale trattato da Carol J. Adams nel suo saggio “Carne da macello. La politica sessuale della carne”, di tutte le riflessioni e i dibattiti sull’industria del sesso e la prostituzione e soffermandoci un attimo solo sulla carne degli animali, mi pare evidente che mangiare carne non sia e non potrà mai essere un atto neutro, disgiunto da tutte le implicazioni simboliche e rappresentative del modo in cui percepiamo e consideriamo le altre specie; ecco perché, pur considerando la carne coltivata una strategia forse efficace nel breve termine, ammesso e non concesso che porti all’abolizione degli allevamenti tradizionali e solo, semmai, a patto che non coesista accanto ad essi (in tal caso porterebbe solo al solito discorso neowelfarista della riduzione dello sfruttamento e sofferenza animale), non credo che sia un’innovazione che possa far del bene all’antispecismo e alla liberazione animale.
Infatti si rimane nel carnismo, cioè nella rappresentazione degli animali in quanto corpi da mangiare.

Per quanto al momento sia difficile fare previsioni in merito alla sua distribuzione e costi effettivi (un mio amico ha partecipato ad un test sulla sua qualità che si è tenuto a Londra e mi ha riferito che il costo di una piccola fettina di carne si aggirava intorno alle 120 sterline), non è difficile immaginare un futuro non tanto distante in cui la carne coltivata sarà effettivamente in commercio, ma i cui costi elevati la renderanno accessibile solo agli strati sociali più benestanti; il resto della popolazione avrà il “solito” pollo o maiale, magari importato dalla Cina e proveniente da uno di quegli allevamenti-grattacielo già progettati, a costi ridotti.

Come ha ben descritto Jeremy Rifkin nel suo saggio “Ecocidio” a proposito della carne rossa come status symbol, invidiato e trasformato in desiderio dalle classi sociali meno abbienti poiché testimonianza di scalata sociale, di raggiunta tranquillità economica, anche la carne coltivata diventerà un prodotto di lusso, magari da comprare ogni tanto, quando il portafoglio lo permette; ciò che non cambierà sarà il luogo comune, la credenza fortemente interiorizzata della carne come alimento necessario, naturale, normale, anzi, da invidiare e desiderare come alimento simbolo di successo sociale. La carne coltivata quindi anziché risolvere e decostruire l’arcinota convinzione che dobbiamo mangiare corpi animali per sopravvivere, renderà ancora più evidenti le differenze sociali tra chi potrà permettersela e chi resterà complice di allevamenti mostruosi.

Ci sono tuttavia un paio di aspetti che non sottovaluterei: il primo, la produzione della carne coltivata da destinare al cibo per animali, che siano i domestici come i gatti, strettamente carnivori, o altre specie selvatiche recuperate nei CRAS che necessitano di essere ricoverate e accudite per periodi limitati o lunghi o anche tutta la vita se le loro condizioni di salute non gli consentono di poter tornare liberi (rimando all’articolo di Umberto Paolini sulla notizia di una start-up polacca che produrrà carne coltivata per animali domestici);

il secondo, l’effetto domino del fallimento delle aziende zootecniche (allevamenti e tutto l’indotto che vi ruota attorno).

Oggi sappiamo che se molte aziende piccole e media sopravvivono è anche grazie ai contributi notevoli che ricevono dall’Unione Europea oppure perché sono specializzate in allevamenti di specie particolari (chianina, maiali di cinta senese, tanto per fare un paio di esempi). Se in futuro il nostro governo darà il via libera alla produzione di carne coltivata o se l’importazione sarà agevolata e non avrà costi elevati, è probabile che molte di queste aziende di media entità non reggeranno la concorrenza; certo, quelle specializzate in razze particolari probabilmente continueranno a vantare la loro eccellenza e unicità, ma le altre è probabile che falliranno.

In economia è abbastanza noto il cosiddetto effetto domino: cioè, quel meccanismo di fallimento di un settore che una volta iniziato trascina via con sé tutto l’indotto commerciale inerente, oltre ad altre aziende, esattamente come fanno le tessere del domino una volta che hanno iniziato a cadere.

Sono fenomeni cui abbiamo assistito molte volte, che riguardano innovazioni, cioè risposte o adattamenti a cambiamenti epocali, legislativi, culturali (e sopravvive chi è in grado di riconvertire la produzione), oppure perché si preferisce importare da quei paesi che hanno norme sul lavoro meno stringenti delle nostre e di conseguenza, pagando meno la manodopera, possono permettersi costi più bassi.

Con la carne coltivata potremmo assistere al fallimento del sistema zootecnico così come lo conosciamo oggi, cioè legato alla schiavitù, sfruttamento e sterminio di milioni di esseri senzienti, fatto che, onestamente, mi dà parecchia gioia; è abbastanza sintomatica infatti l’opposizione che il nostro governo e gli allevatori, interessati a difendere il “made in Italy” e le suddette “eccellenze italiane”, hanno messo in atto vietandone la produzione su suolo italiano. Evidentemente fa paura, temono che una sua diffusione possa seriamente mettere a rischio la loro attuale occupazione, che è schiavizzare e mandare al mattatoio milioni di innocenti; ma trattasi pur sempre, la mia, di gioia frenata per via della consapevolezza della pervasività dello sfruttamento animale, che non riguarda solamente la produzione alimentare, ma è condizionamento ideologico improntato a relazioni di dominio delle altre specie, fatto che ovviamente non si risolve cambiando modo di produrre la carne, che rimane comunque carne dei loro corpi, anche se coltivata in laboratorio e non ottenuta nei mattatoi. Nell’attuale società sono molteplici i settori e le pratiche in cui gli animali sono usati come risorse rinnovabili, come se fossero oggetti, materiali anziché esseri senzienti (laboratori di vivisezione, circhi, zoo, delfinari, palii, caccia, pesca, industria della moda, accessori ecc.); allo stesso modo, tornando alla prima parte di questo mio scritto, il sessismo e la cultura patriarcale non possono essere decostruiti semplicemente sostituendo nei bordelli le bambole di silicone alle donne in carne e ossa, se poi l’immaginario di uso dei corpi, sfruttamento sessuale e oppressione simbolica rimangono uguali.

Che si tratti di corpi di individui delle altre specie o di corpi delle donne, è il modo in cui sono rappresentati che deve cambiare per poter parlare di una vera e propria liberazione che non sia solo un cambiamento effimero nelle modalità di produzione. È l’industria del sesso, tutta a discapito delle donne e di cui il sesso maschile ha privilegi e vantaggi, che deve essere abolita ed è l’industria della carne che deve aver fine.

La carne è ciò che ci consente, in quanto individui soggetti della nostra stessa vita, di muoverci nel mondo e fare esperienza del reale. Non può e non deve essere mezzo, materia, strumento, prodotto da cui trarre profitto, piacere o altro.

Inoltre non sottovaluterei un altro aspetto culturale: così come i clienti dei bordelli non cercano semplicemente donne su cui sfogare i loro bisogni sessuali, ma traggono piacere anche dal dominio in sé, cioè dalla consapevolezza di pagare una persona in carne e ossa che però, in quel determinato contesto, possono trattare letteralmente come un pezzo di carne, sottomettendola, umiliandola, disprezzandola, allo stesso modo moltissime persone continueranno a ricercare la carne di animali allevati nel modo tradizionale e poi uccisi nei mattatoi perché hanno bisogno di sapere di poter uccidere, dominare e sottomettere per sentirsi vivi e per sconfiggere il pensiero della loro stessa morte. Temo che la carne coltivata non darà a queste persone la stessa soddisfazione. La soddisfazione di allevare, cacciare, uccidere. Ed è questo bisogno che deve essere estirpato dalla mente dell’homo sapiens, un bisogno che forse in parte sarà anche biologico, ma che, come specie evoluta anche moralmente (o almeno così ci piace pensarci), abbiamo il dovere di superare per un ideale di giustizia che coinvolga tutti i viventi.

(Di carne coltivata ho scritto anche nel post di Veganzetta Coltiviamo l’antispecismo, non la carne).

Rita Ciatti

Valutazione


Ma le pecore sognano lame elettriche? Un libro scritto da Rita Ciatti

“Ma le pecore sognano lame elettriche?” di Rita Ciatti è un testo che analizza il nostro rapporto con gli animali alla luce dello specismo. Il titolo, in omaggio al noto capolavoro di Philip K. Dick (“Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”), ci mette in guardia da soluzioni future ancora più alienanti e distruttive per gli animali che passano sotto il nome di “benessere animale” e che, nel pretendere di migliorarne leggermente le sorti, ne ribadiscono e continuano a legittimarne il silente sterminio. Questo libro è sicuramente portatore di una visione radicale, ma ormai non più rimandabile.”

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