La vendetta del piccione

La vendetta più soddisfacente è quella pianificata. Una ritorsione centellinata nel tempo. Quella che trionfa nella cinica costanza del “chi la fa l’aspetti.”

“Non mi vogliono.” Pensò il piccione rizzandosi in piedi e allontanandosi dalla finestra. Qualcuno gli tirò dietro dell’acqua. Lui volò via mentre gli spruzzi gelidi lo raggiunsero di striscio.

Il piccione sapeva di non essere amato ma, più della paura, potè la fame che lo spinse ogni giorno ad avvicinarsi agli umani.

E così, svolazzando nell’aria fresca, spiava attraverso i vetri chiusi le tavole imbandite degli uomini.

“Aiutatemi vi prego, ho due pulli da sfamare” Implorò anche quel giorno.
Ma all’improvviso qualcosa lo colpì alla nuca.
Stordito, il piccione precipitò a gambe all’aria.

Steso a terra, immobile e impotente, fissò con desiderio il cielo. Le macchine gli saettavano affianco, lo spostamento d’aria gli arruffò le piume rosse.

Spostò lo sguardo e vide una cornacchia roteare sopra di lui. Tentò disperatamente di alzarsi ma non ci riuscì, ebbe un attimo di esitazione poi, con un ultimo immane sforzo, riuscì a girarsi.

Posò le zampe a terra, era debole ma determinato a vivere. Si issò con fatica e senza perdere tempo corse sotto una fitta siepe.
La cornacchia levò un grido di protesta e sparì in un cerchio di luce.

Quella sera il piccione tornò al nido senza cibo per i suoi pulcini: il suo gozzo era vuoto.
Non aveva più neanche un goccio di latte.

Decise che non sarebbe accaduto mai più.
I piccoli erano disperati.

La mattina l’uccello si svegliò all’alba, il sole era nascosto dietro a bianche nuvole di vapore.
“Starò attento.” Si disse, volando nell’oscurità.

Atterrò su un bidone della spazzatura piccolo e puzzolente. Lui sapeva che nonostante l’aspetto poco invitante, lì dentro, gli umani gettavano gli avanzi di cibo.

“Ho bisogno di aprirlo” Pensò, zampettando sul coperchio lercio. Poi iniziò a saltellarci sopra con foga ma non accade nulla.

“Cos’è ‘sto casino?” Brontolò un ratto uscendo da sotto una macchina parcheggiata.
“Ho bisogno di aprire questo contenitore, i miei figli stanno morendo di fame.” Disse il piccione agitato.

Intanto il sole era spuntato, illuminando la strada deserta.
“Per me è un brutto orario questo.” Rispose il ratto tornando a nascondersi.
“Ti prego aiutami” Lo implorò il piccione dalle piume aranciate.

Il ratto imprecò tra sé alzando gli occhi al cielo e scuotendo la testa, mentre il piccione continuava a fissarlo con occhi imploranti. Così il roditore maledicendosi iniziò a correre con le orecchie abbassate e la pancia quasi a terra, e in un attimo, spuntò sotto al coperchio del bidone.

“E scendi testa vuota!”
“Oh…scusa…” Blaterò il piccione alzandosi in volo.
Il ratto sollevò il coperchio aiutandosi con il muso, poi si tuffò in mezzo ai sacchetti chiusi prendendoli a morsi e unghiate.

“Questa la prendo io.” Affermò il roditore sottraendo una grossa mela tutta ammaccata.
“Grazie amico mio”
Disse il piccione che nel frattempo trovò del riso stracotto e pane a volontà.

“Ahhhh!” Si levò nel silenzio ovattato un grido terribile.
Il ratto fuggì di gran carriera. Il piccione continuò a mangiare.

“Via, schifoso uccellaccio!”
“Accidenti.” Boffonchiò il piccione con la bocca piena mentre la donna lo raggiunse.

Fece in tempo a fuggire poco prima che quella sciagurata gli lanciasse dietro un sasso.

Il colombo tornò al nido e sfamò i pulcini.
“Ragazzi” disse dopo averli nutriti “quando sarete grandi, ricordatevi di portare avanti la tradizione di famiglia: sugli umani deve piovere della gran merda.”

Melania Corradini

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