Lettera di un vitello è la terribile testimonianza di quanto crudele e cinica sia l’industria lattiero-casearia: un susseguirsi di uccisioni e torture.
Caro umano, ho poco tempo, sto per morire. Sono nato nel corpo sbagliato. Guardo mia madre per l’ultima volta, i suoi occhi sono spalancati e sofferenti. Anche lei lo sa: per me non c’è futuro.
Non ti giudico umano ma sappi che io muoio a causa tua. Anche se tu preferisci pensare che mia madre non si disperi ogni volta che le sottraggono un figlio e che io non verrò uccioso per colpa tua. Se solo non ti fossi appropriato di mia madre, del suo latte e della mia vita…
Appena vedo il secchio con dentro il latte artificiale mi si gira lo stomaco. Qualcosa ci galleggia dentro, non voglio neanche sapere cos’è. E lo stimolo a vomitare sale vertiginosamente se provo a bere.
Ho gli occhi appannati e infetti, da sotto le palpebre cola un liquido giallastro. Bruciano come il fuoco. Per un istante sono tentato di fuggire da questo inferno, ma come? Sono prigioniero e sono tanto stanco. Mi sdraio sopra la paglia sporca e umida d’urina, le mie ossa scricchiolano, sono talmente magro, mi giro su un fianco ma fa male lo stesso. Vorrei urlare ma non ne ho la forza.
Sposto lo sguardo, cerco la mia mamma, non c’è. Sono solo. Intorno a me altri cuccioli reclusi e disperati dagli occhi sgranati e le ossa sporgenti. Fatico a prendere sonno. Qui dentro ogni giorno trascinano via alcuni di noi. Ci uccidono continuamente.
Caro umano, ti prego, fai finire questa tortura. Subito. Ti prego. Fammi tornare dalla mia mamma. Fammi vivere. Fammi bere il suo latte.
Abbasso le orecchie, qualcuno viene trasportato fuori dal box. Lo sento piangere. Presto toccherà anche a me.
Aiutaci umano.
Se avessi le mani le congiungerei per pregare. Non resisterò ancora a lungo qui dentro. Sono troppo magro per essere mangiato. Ma perché dovrei sforzarmi a bere quel latte disgustoso?
Tanto la mia fine è già segnata.
-Quello- mi indicano, -lo scarto, ammazziamolo. Non serve a nulla. Ruba solo spazio e spreca tutto il cibo che gli diamo-
Mi fissano e all’improvviso la vista mi si appanna. Ho freddo, sono scosso dai brividi. Crollo a terra e chiudo gli occhi. Le bastonate sulla testa penetrano fino al cervello.
Sto correndo, ma forse è più un volo, in un prato infinito bianco di margherite. Mi volto e vedo mia madre. Un fantasma come me. Affondo il capo nel suo ventre impalpabile e trasparente e per la prima volta in vita mia sono felice.













Ciao piccolo io non ti mangio e neppure da bambina ti mangiavo. Ero la disperazione di mia mamma che mi diceva:”Vieni c’é la carnina, ti fa bene”.
Io di quella “carnina” non ne ho mai voluto sapere. Non bevo latte, quello che serve a TE, non a me che sono umana e il latte serve solo quello della mamma, nessun altro.
Vorrei che questa industria sparisse. Tutti morti, ma di vecchiaia, non per altre cause.
Forza vedrai che finirà l’epoca del latte, delle grigliate, e dei salumi, piatti vari della tradizione. Meglio la vita che la tradizione!
Buongiorno Paola, grazie per la tua bellissima testimonianza. I bambini sensibili diventano degli adulti consapevoli ed empatici, tu ne sei l’esempio.