Non ti dimenticherò mai amore mio

Non ti dimenticherò mai amore mio ci ricorda che la natura è impietosa con gli animali, che per qualsiasi motivo: incidente o malattia restano disabili. Un uccello che non vola a causa di un’ala rotta è destinato alla morte mentre un gesto compassionevole può salvargli la vita.

“Ti racconterò di quando ero giovane e bello.
Perché quell’aria perplessa?
Ero un giovane dalle spalle larghe e il fisico da lottatore. Ero forte e vigoroso ed ero un vero esperto nel corpo a corpo. I miei avversari li dominavo a suon di alate sul muso.

Fui un capobranco giusto e affidabile. Mi prodigai sempre per il benessere e la sicurezza del mio stormo. Nessuno osò mai sfidarmi o disubbidirmi. L’unica pecca: non avevo una compagna e non nego che mi sentissi davvero solo.

Ma in un pomeriggio assolato mentre mi sistemavo le piume dopo un bagno ristoratore, alzai gli occhi e la vidi. Una meravigliosa rossa apparve nel cielo come una macchia di luce sbattendo quelle ali infuocate e lucide, che si muovevano con una tale armoniosa sincronia, che ne rimasi subito affascinato.
Pareva danzare in quel piccolo quadrato di cielo sopra di me.

La fissai sbalordito e di certo non fui l’unico.
Lei si unì al gruppo con estrema disinvoltura, posandondosi sul cornicione dove stavamo prendendo tutti il sole.
Le diedi il benvenuto con un maestoso inchino. Lei abbassò dolcemente lo sguardo.

Calò la notte e lei si mise a riposare infilando la bella testolina sotto l’ala, sembrava un’arancia appena rotolata sull’erba.

La corteggiai subito ma non riuscii ad agganciare quel suo sguardo dolce e distratto che pareva posarsi su di me senza vedermi. E il mio canto assomigliava a uno schiamazzo da ragazzino difronte al suo ostinato silenzio.

Le ronzai intorno per un mese gonfiando il petto e cantando a squarciagola. Sovrastando con la mia voce tutti gli altri maschi.
Ma lei, con aria dignitosa, appena mi avvicinavo, volava via.

Non mi arresi. Più lei si scocciava più io le facevo promesse d’amore eterno. Dimenandomi davanti a lei come un’acrobata da circo.

Con il passare dei giorni, la bella rossa iniziò a guardarmi con stupita ammirazione e sono certo, che quel brivido che mi scorreva dentro, iniziò a sentirlo anche lei.

La stupenda piccioncina ora lasciava che mi avvicinassi, e mentre danzavo per lei, chinava il capo simile a un piccolo sole iridescente sbattendo dolcemente le palpebre.

Scusa…ho bisogno di una pausa, la nostalgia è qualcosa che non ti tira su il morale.” Dichiaro con un groppo in gola.
“Pensare all’amore della mia vita, alle sue piume morbide e ai giorni del nostro fidanzamento mi frega diec’anni di vita.” Dopo un lento inspiro riprendo il racconto.

“Mettemmo alla luce una decina di figli con le piume spruzzate di rosso e gli occhi dolci.
Stranamente, vennero tutti al mondo in giornate di pioggia.
Ogni pulcino come una goccia d’acqua che si fondeva con la terra e il vento.

Bei tempi…”
“Che ti succede amico mio? Sei triste?”
Guardo il mio interlocutore negli occhi trattenendo le lacrime. La nostalgia esplode come un applauso fuori tempo. Penso, ricominciando a parlare.

“Poi, avvenne la tragedia.

Ricordo ancora quell’orribile pomeriggio come se fosse ora.
Volavo spensierato in un cielo azzurro e terso come una tela dipinta ad olio, godendomi il vento tra le piume.

All’improvviso avvertii un dolore lancinante all’ala sinistra.
Caddi.

Mi rimisi in piedi a fatica barcollando per il dolore. L’ala bruciava come fuoco e se provavo a muoverla era una coltellata tra le costole.

La mia compagna atterrò al mio fianco preoccupata, le belle piume aranciate mosse dolcemente dalla brezza.

“Sono davvero nei guai.” Le dissi respirando a fatica.
“Che cosa ti è successo?” Domandò lei fissando l’ala sanguinante.
“Credo che mi abbiano sparato.”
“Perché?”
“Non lo so ma non posso più volare. Vattene da qui, si sta facendo buio.”
“No. Io non ti lascio.” Repplicò lei, accovacciandosi al mio fianco.

“Perché?” Tornò a ripetere fissandomi angosciata.
“Vattene.” Fu la mia unica risposta.
“No.”
“Ti prego. Vai via.”
“Non voglio lasciarti solo e ferito.”
“Ascolta, non voglio che succeda qualcosa di brutto anche a te. Se mi ami vai su quell’albero.” Le dissi, indicando una maestosa Magnolia.
“Non ti lascio…”
“Ti supplico vai…io mi nasconderò nella siepe.”
“Allora mi ci nasconderò anche io.”
“Ti prego, ho bisogno di sapere che almeno tu sarai al sicuro.”

Mi baciò sulla testa come se fossi stato uno dei suoi pulcini poi, volò su un alto ramo.

Mi nascosi sotto un cespuglio temendo di morire dissanguato durante la notte.
Dormii poco e male, il dolore non mi dava tregua e un freddo innaturale mi pervase fin nelle ossa.

La mattina mi svegliai sotto un getto d’urina.
Aspettai, trattenendo il fiato, che il cane e il suo padrone si allontanassero e uscii ferito e puzzolente da sotto le foglie.

“Amore mio. Sei vivo!” Esclamò la mia bella compagna atterrando accanto a me.
“Devo darmi una sciacquata.” Risposi rabbrivididendo.
Trovai una pozzanghera e mi lavai.
Mi stesi al sole e chiusi gli occhi. Ero sfinito.

“Attento!” Urlò lei dandomi una spinta che mi fece rotolare a ridosso della siepe, appena in tempo per sfuggire al becco di un enorme e minaccioso gabbiano.
“Grazie.” Bisbigliai quasi senza fiato alla mia piccola e coraggiosa ragazza.

Ma, più le ore passavano, più mi sentivo debole. La testa mi girava come se fossi salito su una giostra per bambini. Il freddo diveniva sempre più intenso e i miei pensieri si dissolvevano ancora prima di avere un senso compiuto.

Chiusi gli occhi.

“Sveglati!” La sua bella voce sembrava arrivare da un posto lontanissimo.
“Non puoi morire…alzati!”
Mi ero forse accovacciato a terra?
Le mie notevoli capacità atletiche erano scomparse, mi arresi a quel torpore conciliante che mi inseguiva dalla sera precedente.

“Attento, arriva…alzati! Scappa!”
Era la sua dolce voce o stavo sognando?
Aprii gli occhi e feci appena in tempo a vedere un uomo che mi fissava. Mi svegliai dalla trance quando le sue mani mi afferrarono.

“Non ti dimenticherò mai amore mio.” Furono le ultime parole che pronunciai guardando la mia adorata compagna scomparire dietro di me. Poi lei spiccò il volo inseguendo il mio rapitore dal cielo.

L’uomo salì in macchina e mi sistemò sul sedile accanto al suo.
Sentii lei che mi chiamava disperata ma ero troppo debole per rispondere.
Non la rividi mai più.

Il resto della storia lo conosci perfettamente.”
Conclusi guardando negli occhi il mio interlocutore: l’uomo che mi aveva salvato la vita portandomi dal veterinario.

“Sono contento di averti adottato amico mio e di averti restituito alla vita, anche se tra quattro mura. Amo vederti zampettare per casa con quell’aria fiera nonostante l’ala ciondoloni, trascinata sul pavimento, come il bianco strascico di una sposa.
Spero che tu sia felice.”
Dopodiché lui mi abbraccia stretto ricoprendomi di baci sulla testa.

“Vacci piano con le effusioni che siamo due maschi!” Brontolo, sistemandomi meglio tra le sue braccia.
“Ti voglio bene piccolino.” Mi sussurra lui continuando a sbaciucchiarmi.
“Anche io.” Rispondo, cercando di sistemarmi le piume in capo, umidicce di saliva.

Melania Corradini

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