Storia di un cinghiale è un racconto di Melania Corradini

Storia di un cinghiale

Storia di un cinghiale vuole sottolineare l’ignoranza, il pregiudizio e la violenza ingiustificata di cui sono vittime i cinghiali. Animali socievoli, intelligenti e sensibili, perseguitati senza ragione e senza pietà. Inseguiti, terrorizzati, aggrediti dai cani e infine uccisi durante le braccate, da uomini armati di fucile, incapaci d’accettare e rispettare la vita altrui, più che per ignoranza, per mero profitto. Un business, la caccia, mascherato da spot ed emergenza sanitaria.

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Devo riuscire a far perdere le mie tracce. Il latrare dei cani è sempre più vicino, terribile come un incubo che ti sveglia nel cuore della notte. Non ho scampo. Eppure, corro a perdifiato.

Gli uomini con i fucili stanno dietro ai cani. A breve mi raggiungeranno. Mi getto tra i rovi, li attraverso, la mia pelle è dura, resiste. Una spina mi buca un occhio, scende una lacrima di sangue.

Corro, corro ma loro mi stanno alle calcagna. Mi lancio giù per una ripida discesa, mi seguono ancora, li sento ansimare dietro di me. Ma non mi arrendo, sono giovane e forte, posso correre ancora e ancora. E il mio bosco, per la prima volta, sembra così minaccioso. Anche se splende il sole e il tepore sulla pelle è come un languido richiamo.

È una giornata piena di luce, fredda e limpida, avrei voluto sdraiarmi nell’erba e sonnecchiare fino all’imbrunire. Invece, il mio tempo è scaduto. La mia tana, il suo odore, non vorrei vedere altro prima di morire.

Rimpianti? Non aver ancora avuto una compagna…non succederà mai. Mi ero illuso di poter vivere e diventare vecchio. Credendo che il mondo fosse un posto migliore. Ma sono un cinghiale e non posso alimentare false speranze sul mio futuro.

I cani sono ancora dietro di me ma gli uomini con i fucili sono molto distanti. Forse, con un po’ di fortuna, posso farcela. Corro, anche se le mie articolazioni ormai schicchiolano e fanno male. Corro senza una meta. Corro seguendo i miei sentieri. Li conosco così bene, li percorro ogni giorno.

“Forse me la cavo” penso, fino a quando non appare un fucile e poi un altro. Ma non erano dietro di me i cacciatori? Ora sono davanti. E sono tanti. Non ho scampo. Mi colpiscono più di una volta. Rallento. “Non voglio morire” penso, cercando di allontanarmi dal fuoco degli uomini. Un colpo mi centra la testa, cado sull’erba. Il sole mi accarezza per l’ultima volta.

Melania Corradini

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