Storia di una fattrice

Che questo racconto sia un mezzo per divulgare la verità sulle fabbriche di cuccioli. Cosicché gli ignari acquirenti comprendano cosa significa comprare un cane di razza: condannare alla reclusione e a una lenta agonia gli esemplari di genere femminile destinati alla riproduzione.

Giusy è caduta, non respira più.
Il bacio gelido della morte l’ha sfiorata rubandole la vita.
Almeno il dolore, per lei, non c’è più.
Presto verrà il mio turno.

Sono sepolta qui dentro da troppo tempo ormai; la gabbia sembra restringersi ogni giorno che passa e io mi sento immersa in una specie di nebbia che mi appanna la vista.

Mi fanno male le ossa come se avessi la febbre alta e il mio pelo è un ammasso di nodi:
stoppa marcia a cui bisognerebbe dare fuoco.

Attraverso le sbarre vedo cani di razze pregiate sdraiati sui loro escrementi morire senza neanche la forza di un ultimo lamento.

È difficile contare tutti i morti.

La puzza è insopportabile, anche quella degli umani che ci tengono prigionieri: puzza di sudore e sigarette.

Cerco di stare in equilibrio sulle zampe, mi sollevo a fatica, non riesco più a stare sdraiata. Le mie anche sono ricoperte di piaghe, un liquido giallognolo cola sul fondo della gabbia.

Una volta avevo un po’ di paglia come giaciglio, ora solo metallo marcescente che scortica la pelle come carta vetrata.

Le mie ossa scricchiolano come foglie secche calpestate sotto le suola.
Le mie zampe sono rugose e rinsecchite.

Eppure prima di morire vorrei uscire all’aria aperta e correre.
Questo desiderio mi è entrato nella testa come una pulce che si insinua tra il pelo, pizzica e prude, ma non riesci a levarla.

Arrivano gli umani.
Quando sento le loro mani afferrarmi è come se sentissi un laccio legato intorno al collo: mi manca il respiro.

“Questa è la tua ultima possibilità mostriciattolo, se non ti cresce la pancia…”
L’uomo mi guarda e mima un gesto con la mano: con il pollice si sfiora il collo da parte a parte.
E io capisco cosa significa.
E forse lo desidero.

Guaisco quando sento l’ago penetrarmi la cute. Non ho massa muscolare e il mio bel pelo riccio e morbido è stoppa puzzolente. Sopra il mio corpo resta solo un po’ di pelle sbrindellata.

Il cibo qui dentro scarseggia sempre. La fame è stata, in questi anni, come una pessima amica che mi ha perseguitata con la sua odiosa compagnia.

“La tua dose di ormoni“, mi spiega l’uomo, come se ce ne fosse bisogno, rimettendomi in gabbia.

“Non servirà a nulla, l’abbiamo spremuta al massimo.” Gli risponde il compare dandomi una spinta che mi fa cadere a pancia all’aria.

Mi sfugge un lamento sommesso mentre le mie ossa cozzano contro il metallo e la mia pelle si squarcia iniziando a sanguinare.

“Un parto ogni quattro mesi dal suo primo calore e dopo cinque anni, neanche gli ormoni fanno più effetto.”

“Stasera non darle da mangiare, inutile sprecare cibo per una bestia moribonda.” Afferma l’uomo che mi ha fatto la puntura.

E io prego l’Universo di non farmi avere altri cuccioli, sono stanca di partorire e vedere i miei figli morire o sparire prima ancora di averli svezzati.
Il loro ricordo mi perseguita.

La vista del maschio mi dà la nausea, nonostante la fame che mi tormenta lo stomaco. Lui si rifiuta di accoppiarsi: sente l’odore della morte.

“Questa cagna ormai è un peso morto.”
Sentenza l’uomo dando una manata alla mia gabbia.
Mi raggomitolo e inizio a tremare.
So cosa mi aspetta, l’ho già visto fare.

L’uomo si china su di me e la sua ombra mi inghiotte.
Tutto diventa nero.
“Ehi bastardi, stasera mangiate carne fresca.”
Afferma subito dopo il boia, rivolto ai cani imprigionati.

Melania Corradini

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